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	<title>BackBeat &#187; Altre notizie</title>
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	<description>La politica USA a suon di rock</description>
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		<title>L&#8217;Fbi si accanisce contro le manifestazioni anti-Repubblicani</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Oct 2008 15:02:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0.5cm">L&#8217;FBI continua la sua azione persecutoria contro gli attivisti che manifestarono fuori la convention del partito repubblicano lo scorso settembre. Negli ultimi dieci giorni la polizia federale statunitense ha consegnato avvisi di garanzia ad altre 5 persone per la loro partecipazione alle manifestazioni di Minneapolis. L&#8217;FBI ha inoltre perquisito le abitazioni di diversi attivisti o di loro familiari e parenti. Restano invece in carcere, a Minneapolis, David McKay e Bradley Crowder che dopo essere stati arrestati per il presunto possesso di una molotov, rischiano una condanna a dieci anni.</p>
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		<title>In manette il faccendiere di Dio</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jun 2008 13:04:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si faceva passare per l’intermediario del Vaticano negli Stati Uniti, l’uomo che avrebbe potuto spostare i voti dei cattolici americani a favore di Hillary Clinton, ma per la seconda volta dall’inizio del 2008 è finito nel mirino della giustizia statunitense. Raffaello Follieri, faccendiere italiano residente a New York, è stato arrestato ieri a seguito dell’incursione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si faceva passare per l’intermediario del Vaticano negli Stati Uniti, l’uomo che avrebbe potuto spostare i voti dei cattolici americani a favore di Hillary Clinton, ma per la seconda volta dall’inizio del 2008 è finito nel mirino della giustizia statunitense. Raffaello Follieri, faccendiere italiano residente a New York, è stato arrestato ieri a seguito dell’incursione della polizia nel suo lussuoso appartamento di Manhattan. Se ad aprile scorso era stata la polizia di New York a trattenerlo per un assegno non coperto di 250 mila dollari, questa volta l’accusa è molto più grave e riguarda la frode ai danni di alcuni imprenditori coinvolti da Follieri nella liquidazione di beni ecclesiastici negli Stati Uniti. Una vicenda che risale ad alcuni anni fa quando la Chiesa americana si sarebbe decisa a vendere alcuni suoi immobili per pagare gli indennizzi dovuti dallo scandalo dei preti pedofili. Follieri si fece prestare i soldi sostenendo di avere contatti privilegiati per l’acquisto e la vendita degli edifici ecclesiastici, ma non è mai riuscito a concludere gli affari millantati. Accade così che nel 2007 Ron Burle, uno degli uomini d’affari a cui aveva chiesto i soldi, lo denuncia per la sottrazione di almeno 1 milione di dollari. L’arresto giunge solo alcuni mesi dopo, ma la determinazione dei giudici è forte; la cauzione richiesta è talmente alta da escludere qualsiasi ipotesi di rilascio e Follieri non riesce nemmeno a far passare la sua sinusite come un motivo per alleggerire le misure cautelari. Nell’attesa del processo rimane però un grande interrogativo: chi è veramente Follieri? Un avventuriero solitario, che facendo leva sul suo fascino e sulle sue doti di intrattenitore è riuscito a darla a bere addirittura ai Clinton, o una persona di tramite che ha fatto comodo solo fino ad un certo punto? Detto con altre parole è possibile che né i vari imprenditori coinvolti, né i Clinton, né il Vaticano stesso abbiano mai avuto dei sospetti su questo ventinovenne che, per apparire più convincente, si faceva accompagnare dal nipote del cardinal Sodano e da due monsignori del New Jersey? </p>
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		<title>L&#8217;irresistibile ascesa dei mercenari d&#8217;America</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jun 2008 18:07:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli affari non potrebbero andare meglio alle compagnie di intelligence private statunitensi. Cresciute enormemente grazie ai contratti stipulati in Iraq, le società di mercenari proliferano e stanno ora allargando la loro sfera di influenza ad altre aree calde del pianeta. Secondo quanto rivelato da R.J. Hillhouse, un noto blogger americano, nel 2007 il governo di Washington [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli affari non potrebbero andare meglio alle compagnie di intelligence private statunitensi. Cresciute enormemente grazie ai contratti stipulati in Iraq, le società di mercenari proliferano e stanno ora allargando la loro sfera di influenza ad altre aree calde del pianeta. Secondo quanto rivelato da R.J. Hillhouse, un noto blogger americano, nel 2007 il governo di Washington ha affidato loro contratti per un totale di 42 miliardi di dollari. Una cifra tre volte superiore a quella del 2000 e che costituisce circa il 70 per cento del bilancio statunitense in materia di intelligence. Dal dispiegamento di eserciti di professionisti, alla fornitura di tecnologia militare, all’addestramento di forze di sicurezza locali, gli eserciti privati stanno accaparrando contratti in tutte le aree di influenza statunitense. Tra le storie più esemplari quella della Blackwater USA, la compagnia responsabile lo scorso settembre dell’uccisione di 17 civili iracheni avvenuta a piazza Nisour a Baghdad. Nelle sole due settimane successive alla strage la Blackwater ha firmato contratti con il dipartimento di stato americano per un totale di 144 milioni di dollari per servizi di sicurezza in Afghanistan e Iraq. Lo scorso anno era stato invece il dipartimento per la lotta al narcotraffico del Pentagono a contattarla, per un programma di cinque anni e 15 miliardi di dollari che comprende la fornitura di uomini e tecnologie da inviare nelle aree calde dell’America latina. Ma, come rivela una dettagliata inchiesta del mensile <a href="http://www.thenation.com/doc/20080623/scahill">The Nation</a>, l’ultima frontiera della Blackwater sono le multinazionali più ricche d’America a cui l’agenzia offre da qualche mese un pacchetto di sicurezza completo per nulla inferiore a quello che potrebbe garantire la CIA. Dotata di un reparto di aviazione e in procinto di metter su una sua flotta privata, l’agenzia ha oggi capacità paragonabili a quelle di un esercito. </p>
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		<title>California: la destra alza le barricate contro le nozze gay</title>
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		<pubDate>Mon, 19 May 2008 08:19:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[la Corte suprema della California ha dato il via libera ai matrimoni omosessuali annullando il bando imposto lo scorso agosto da un tribunale statale. La California diventa così il secondo stato e anche il più grande negli Usa dove le coppie gay e lesbiche possono ufficializzare il loro rapporto ottenendo gli stessi diritti delle coppie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>la Corte suprema della California ha dato il via libera ai matrimoni omosessuali annullando il bando imposto lo scorso agosto da un tribunale statale. La California diventa così il secondo stato e anche il più grande negli Usa dove le coppie gay e lesbiche possono ufficializzare il loro rapporto ottenendo gli stessi diritti delle coppie etero. Ma l&#8217;esultanza con cui il verdetto è stato accolto dai movimenti per i diritti civili potrebbe non durare a lungo. I gruppi legati alle chiese più conservatrici della California hanno già raccolto oltre un milione di firme per chiedere una riforma costituzionale che sancisca il bando ai matrimoni omosessuali. Una misura che blinderebbe il divieto, evitando la possibilità di sentenze e decisioni contrarie. In questo modo diventerebbe impossibile ripetere quanto accaduto nel 2004, quando il sindaco di San Francisco Gavin Newsom aveva annunciato il via libera ai matrimoni gay e iniziato a sposare le prime coppie.  </p>
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		<title>Il contro spionaggio della Burger King</title>
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		<pubDate>Mon, 12 May 2008 14:34:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ solo l’ultima delle corporation americane pizzicate mentre controllava con mezzi illegali i propri dipendenti o gruppi esterni considerati scomodi. Regina del fast food a stelle strisce la Burger King corporation è finita questa settimana nell’occhio del ciclone per aver fatto pedinare e spiare i membri della Student-Farmworker Alliance (SFA) un’associazione statunitense che da anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ solo l’ultima delle corporation americane pizzicate mentre controllava con mezzi illegali i propri dipendenti o gruppi esterni considerati scomodi. Regina del fast food a stelle strisce la Burger King corporation è finita questa settimana nell’occhio del ciclone per aver fatto pedinare e spiare i membri della Student-Farmworker Alliance (SFA) un’associazione statunitense che da anni denuncia le condizioni dei lavoratori pagati dalla catena. Insieme ad altre organizzazioni la SFA promuove una campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti impiegati negli Stati Uniti per la raccolta dei pomodori che poi finiscono nei panini e nei tacos. “Ogni anno in Florida” denuncia l’associazione di studenti e contadini “migliaia di migranti vengono letteralmente schiavizzati, sotto il controllo di contractors che in alcuni casi non assicurano neanche la paga a fine lavoro”. Una condizione che riguarda anche altre note società e che ha recentemente spinto la McDonald corporation ad approvare un aumento in busta paga per i raccoglitori e controlli più severi contro gli episodi di schiavismo. Non così la Burger King, che di fronte al pericolo di un boicottaggio contro i suoi panini ha deciso di passare alle maniere forti. Grazie ai servizi della Diplomatic Tactical Services, una compagni di investigazioni privata, il re del panino è arrivato ad infiltrarsi nel gruppo di studenti pur di carpire i loro segreti e prevenire eventuali contestazioni. Il compito era stato affidato a Cara Schaffer, giovane leva della Tactical Service che è effettivamente entrata a far parte della SFA a partire di marzo. Una carriera da attivista finita ben presto, visto che nel giro di un mese la Schaffer è stata smascherata. “La Diplomatic Tactical Services ha lavorato con noi per anni nell’ambito della sicurezza” ha dichiarato uno dei responsabili della Burger King in un’intervista citata dal New York Times. “Proteggere i nostri impiegati e prevenire potenziali danni è un nostro diritto oltre che un dovere” ha aggiunto un altro pezzo grosso della catena. </p>
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		<title>C&#8217;è Exxon dietro l’ennesima bufala anti-climatica?</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2008 11:29:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Si chiama Dannis T. Avery ed è uno dei più noti sostenitori della teoria che l’uomo non abbia nessuna responsabilità del cambiamento climatico. Membro del  Hudson Institute, centro di ricerca prezzolato dalle compagnie petrolifere, Avery sostiene che il surriscaldamento globale sia causato da un ciclo naturale e non dai gas a effetto serra derivati dall’uso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Si chiama Dannis T. Avery ed è uno dei più noti sostenitori della teoria che l’uomo non abbia nessuna responsabilità del cambiamento climatico. Membro del  Hudson Institute, centro di ricerca prezzolato dalle compagnie petrolifere, Avery sostiene che il surriscaldamento globale sia causato da un ciclo naturale e non dai gas a effetto serra derivati dall’uso dei combustibili fossili come il petrolio. Nel settembre del 2007 per dare forza alla sua teoria scrisse un articolo sostenendo che circa 500 scienziati erano della stessa opinione. A distanza di pochi mesi però la bufala è venuta alla luce grazie alla segnalazione su un blog. Uno dopo l’altro gli scienziati citati da Avery hanno negato di aver mai sostenuto tali teorie chiedendo di essere rimossi dalla lista.  “Quando ho visto il mio nome su quella lista sono rimasto scioccato… sono 20 anni che sostengo la tesi opposta!” scrive David Sugden, professore di geografia dell’università di Edimburgo. “Cancellate il mio nome!” gli fa eco Svante Bjorck dell’università svedese di Lund, “quello che avete fatto è contrario a qualsiasi principio etico”. Ma dalla Heartland Institute, che ha pubblicato l’articolo di Avery, non ne vogliono sapere. Secondo Joseph Bast, presidente dell’istituto, gli scienziati in questione “non hanno diritto né dal punto di vista etico né da quello legale di chiedere la rimozione dei loro nomi dalla bibliografia di un articolo sul quale non sono d’accordo”. L’Hudson Institute o chi per lui avrebbe invece il diritto di falsare i risultati di ricerche altrui per i propri fini politici.  In fondo, verrebbe da aggiungere, vengono pagati anche per questo. Secondo il gruppo di ricerca exxon secrets, tra il 1995 e il 2005, lo Hudson Institute ha ricevuto dalla sola Exxon Mobil almeno 25 mila dollari.</p>
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		<title>Il nuovo palazzo imperiale a Baghdad</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 11:11:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Cocco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli Stati Uniti non rinunceranno alla loro presenza in Iraq. E al di là delle dichiarazioni d’intenti lanciate in campagna elettorale, nulla sembra essere più indicativo della costruzione della gigantesca ambasciata americana a Baghdad.  27 diversi edifici, 619 appartamenti, campi da basket e una piscina olimpionica. Il 14 aprile scorso il Dipartimento di stato americano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font face="Times New Roman">Gli Stati Uniti non rinunceranno alla loro presenza in Iraq. E al di là delle dichiarazioni d’intenti lanciate in campagna elettorale, nulla sembra essere più indicativo della costruzione della gigantesca ambasciata americana a Baghdad.  27 diversi edifici, 619 appartamenti, campi da basket e una piscina olimpionica. Il 14 aprile scorso il Dipartimento di stato americano ha dato la sua definitiva approvazione al mega progetto realizzato nella capitale irachena. Nonostante gli scandali sorti durante la realizzazione dell’enorme compuond l’opera è stata certificata con tanto di approvazione da parte di una squadra di specialisti indipendenti. “Siamo fieri del lavoro svolto e dei tempi record per la realizzazione dell’opera” ha dichiarato il responsabile del progetto Wadih Al Absi. Con un costo di 474 milioni di dollari e un’estensione di 104 acri di terra, l’ambasciata statunitense in Iraq è oggi la più grande al mondo.</p>
<p></font></p>
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		<title>LA VITA COMINCIA QUANDO LO DICE BUSH ?</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Mar 2008 08:59:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bianca Cerri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Baby Girl Voigt era una bambina americana nata morta nel 1969 a causa delle percosse inflitte dal padre alla madre durante la gravidanza. L’uomo fu processato e condannato per i danni arrecati alla moglie ma non per la morte della bambina. I giudici dell’epoca sostennero che a livello giuridico un feto non può essere considerato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Baby Girl Voigt era una bambina americana nata morta nel 1969 a causa delle percosse inflitte dal padre alla madre durante la gravidanza. L’uomo fu processato e condannato per i danni arrecati alla moglie ma non per la morte della bambina. I giudici dell’epoca sostennero che a livello giuridico un feto non può essere considerato una persona a tutti gli effetti. <span id="more-509"></span></p>
<p>Nel 1978, la Commissione Americana per i Diritti Umani ha ritenuto invece eticamente corretto tirare in ballo la sacralità della vita ponendo sullo stesso piano delle creature viventi gli esseri ancora in embrione. Si trattò però più che altro di un’indicazione morale, senza alcun elemento giuridicamente vincolante. Nel 2004, George Bush ha invece firmato una legge, nota come Unborn Victims of Violence Act (Legge a favore delle vittime della violenza prima della nascita <em>ndr</em>) per mettere definitivamente fine alla discriminazione nei confronti del feto. Detto altrimenti: tra vita pre e post natale non esistono più limiti temporali e chiunque compia un’azione risultante nella perdita di un feto viene automaticamente accusato di omicidio volontario.</p>
<p>Oggi la legge è in vigore in 35 stati americani e 10 di questi l’hanno già inasprita più volte. Per gli antiaboristi, che avevano fatto fuoco e fiamme per ottenere la tutela <em>de jure</em> del feto nella speranza di farne un preludio all’abolizione dell’aborto, è stata una grande vittoria. Unico cruccio: in qualche stato l’accusa di omicidio scatta solo se la gravidanza ha già superato la 24° settimana.</p>
<p>Il dibattito sulla ragionevolezza di procedere d’ufficio contro i cosiddetti “fetal killers” è attualmente molto acceso. D’altra parte, se la stessa scienza ha ancora qualche difficoltà a stabilire un criterio in base al quale calcolare l’inizio della vita umana intesa come tale, figuriamoci se poteva riuscirci George Bush. Molti giudici si trovano così a dibattersi tra mille “se” e altrettanti “ma” ogni qualvolta sono chiamati a decidere la titolarità del feto sul piano giuridico. Unica eccezione, la Corte d’Appello del Texas, stato dove Bush ha lasciato un indelebile zampata nel codice penale durante i quattro anni di governatorato.</p>
<p>Ai nove giudici che la compongono spetta l’arduo compito di rivedere i casi di 14 distretti dove il tasso di criminalità è a dir poco stratosferico. Nonostante ciò, la vicenda di Erica Basoria e Gerardo Flores, 16 e 19 anni rispettivamente, è stata liquidata abbastanza in fretta. La coppia, che vive a Lufkin, una cittadina di 35.000 abitanti, filava da circa un anno quando la ragazza si era accorta di essere incinta. Un’ecografia rivelerà che si annunciava un parto gemellare.</p>
<p>Basoria e Flores, entrambi troppo giovani per assumersi la responsabilità di mettere al mondo un figlio e meno che mai due, avevano così deciso di comune accordo di interrompere la gravidanza. Ma per abortire in Texas ci vogliono soldi, che i due ragazzi non avevano, come non avevano l’autorizzazione dei genitori di lei, che essendo ancora minorenne, poteva abortire solo con il consenso dei genitori. La legge si basa infatti sul consenso paterno e materno ma nulla dice sull’eventualità che essi possano non condividere la scelta. Sia come sia, i due ragazzi non sapevano più cosa fare e intanto il tempo passava. Dopo la 20° settimana di gravidanza, termine ultimo consentito dalle leggi del Texas per l’interruzione volontaria di gravidanza, trovare un medico disposto ad aiutarli era diventata una missione impossibile.</p>
<p>Basoria e Flores avevano così concluso che l’unico modo per uscire dai guai fosse ricorrere ad un metodo empirico. Lui avrebbe colpito lei all’addome con tutta la forza possibile nella speranza di procurarle un aborto. Ma aver messo in atto il proposito, Basoria ebbe un’emorragia talmente imponente da costringere Flores a condurla presso il più vicino pronto soccorso. Il medico di guardia capì subito che la ragazza aveva tentato di abortire e denunciò il fatto alla magistratura. Da quel momento, per la giovane coppia cominciarono i guai.</p>
<p>Lei ha avuto il perdono giudiziario, ma per Flores la pubblica accusa voleva addirittura la pena capitale. Secondo la generica terminologia delle leggi del Texas infatti la sacralità della vita del feto supera di gran lunga quella dello status giuridico di persona e da ciò ne consegue il diritto per i procuratori di mettere in discussione la sopravvivenza di un imputato nonché i suoi diritti costituzionali. Attualmente, le madri che fanno uso di sostanze stupefacenti durante la gravidanza, ad esempio, possono essere arrestate a discrezione del giudice in base allo stesso principio.</p>
<p>Per Gerardo Flores, l processo si è concluso con la condanna all’ergastolo. Se non altro, avrà il discutibile onore di passare alla storia come primo americano condannato per omicidio capitale in base alle leggi che tutelano il feto. D’altra parte, quando un ordinamento giuridico ammette che nelle scuole si tengano lezioni sui benefici dell’assistenza sessuale e il governatore del Texas in persona continua a sostenere che il feto va tutelato sin dal concepimento, è già tanto che non l’abbiano giustiziato. L’avvocato di Flores aveva presentato ricorso adducendo come motivazione l’incostituzionalità di una sentenza basata su nozioni scientificamente opinabili ma la Corte d’Appello ha riconfermato l’ergastolo. Se tutto andrà bene, quando Flores avrà 59 anni potrà sperare nella libertà condizionata.</p>
<p>Non è rasserenante pensare che una legge possa condannare un ragazzo di 19 anni a trascorrere l’esistenza tra assassini incalliti e predatori di ogni tipo e natura avendo come casa i pochi soffocanti metri di una cella. Tagliato fuori dalla società, relegato in un mondo pazzesco, Flores scivolerà inevitabilmente sempre più giù, fino al fondo della fossa, come spesso accade alle tante anime persone che popolano le carceri. Sempre che il sale versato dalla legge sulle sue piaghe non lo uccida prima.</p>
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		<title>NY Times vs. Berlusca</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 08:52:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AMISnet</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo il polemico editoriale di qualche giorno fa pubblicato dal prestigioso quotidiano britannico The Economist, oggi è toccato al New York Times sparare nuovamente a zero su un possibile, e ormai molto probabile, ritorno di Silvio Berlusconi alla guida del governo italiano. di Michele Paris 

 “La lunga ombra di Berlusconi getta apprensione sulla politica italiana”; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il polemico editoriale di qualche giorno fa pubblicato dal prestigioso quotidiano britannico The Economist, oggi è toccato al New York Times sparare nuovamente a zero su un possibile, e ormai molto probabile, ritorno di Silvio Berlusconi alla guida del governo italiano. di <a href="http://altrenotizie.org/">Michele Paris </a></p>
<p><span id="more-500"></span></p>
<p> “La lunga ombra di Berlusconi getta apprensione sulla politica italiana”; così si può tradurre il titolo del servizio proposto dall’autorevole testata newyorchese, il cui lunghissimo reportage di qualche settimana fa sul nostro paese aveva già suscitato enormi polemiche, a firma Ian Fisher ed Elisabetta Povoledo. Prendendo il via dalle impressioni raccolte di una proprietaria di una boutique nel centro di Roma, il pezzo tocca immediatamente uno dei punti centrali del successo politico berlusconiano, costruito sull’odio per la sinistra e sulla sua presunta affinità con il mondo della piccola impresa e del commercio. “È una persona arrogante. Colleziona una serie incredibile di brutte figure e, a 71 anni, è troppo vecchio. Inoltre ha poca cultura e nessuna classe, ma è meglio degli altri e il mio voto andrà a lui”, è il disarmante compendio di pregi e difetti del leader di Forza Italia esposto dalla voce di Silvia Tomassini per il New York Times. Nella campagna elettorale del 2001, Silvio Berlusconi, descritto dal giornale americano come l’uomo più ricco d’Italia, il re dei media nonché incontrastato leader politico del centro-destra, aveva messo a segno un eclatante successo facendo leva su una possibile prospettiva di cambiamento imponendosi con la sua immagine di imprenditore di successo e portatore di nuove speranze di fronte ad una classe politica inerte. Dopo cinque anni di governo berlusconiano però, secondo il New York Times, a tutti gli italiani dovrebbe essere chiaro ormai quello che li attende con un’eventuale nuova scelta a favore del centro-destra nelle prossime imminenti elezioni: non più una novità carica di promesse ma soltanto una opzione tra le poche a disposizione degli elettori nel desolante panorama politico italiano. E naturalmente una nuova polarizzazione delle posizioni pro e contro Berlusconi. Con l’aiuto di Eugenio Scalfari e Paolo Guzzanti, il New York Times cerca poi di illustrare ai propri lettori i motivi che stanno alla base dei sentimenti contrastanti suscitati, spesso contemporaneamente in quanti lo amano e in quanti lo odiano, dal tycoon di Arcore. Chi vede la sua presenza sulla scena politica come fumo negli occhi, e questa è chiaramente l’opinione anche degli autori dell’articolo e di molti che osservano le vicende del nostro paese dall’estero, continua a meravigliarsi di come gli italiani, dopo aver toccato con mano cosa rappresenti, possano ancora far ricadere la loro scelta su di lui dopo la caduta del governo Prodi. La lista delle critiche, secondo il quotidiano newyorchese, è molto lunga e può cominciare con la sua oratoria poco convenzionale (irresistibili le citazioni di sue frasi come “Sono il Gesù Cristo della politica”, pronunciata nel 2006, oppure “mi sacrifico per chiunque”) per finire, inevitabilmente, con le innumerevoli accuse di corruzione.</p>
<p>Il fondatore di La Repubblica ripercorre poi rapidamente i provvedimenti approvati dal precedente governo per sistemare gli interessi di Berlusconi ed aggiustare i suoi guai giudiziari fino alla recentissima sentenza di assoluzione nel processo a suo carico per il caso SME, dovuta esclusivamente alla depenalizzazione del reato di falso in bilancio avvenuta nel 2002. Dall’altro lato della barricata invece, i suoi sostenitori, anche se meno entusiasti di lui rispetto al passato, sembrano puntare sulla stabilità del precedente governo di centro-destra; un record di durata in Italia, fa notare sarcasticamente il New York Times, sia pure in un contesto di crescita economica pari a zero. “Non c’è nessun altro politico popolare quanto lui”, fa notare il senatore Guzzanti. “Berlusconi è odiato per le stesse ragioni che lo rendono amato: dice quello che pensa, tutt’ora non viene visto come un politico di professione, anche se è in politica ormai dal 1994, e le sue mosse sono sempre imprevedibili”. Il New York Times mette poi in guardia quanti danno per scontato il nuovo trionfo elettorale di Berlusconi e della sua coalizione, evidenziando quegli aspetti che rendono il contesto politico attuale considerevolmente diverso rispetto al 2001 e, soprattutto rispetto, al 1994. A cominciare dalla salute del padre-padrone di Forza Italia, al quale è stato impiantato un pace-maker nel 2006 in seguito ad un malore in pubblico, e dalla sua immagine sempre più bersaglio della satira (i capelli tinti e finti, la chirurgia plastica, il fondo tinta). Ma sono i rapporti interni alla coalizione a suscitare i maggiori dubbi dei giornalisti americani, i quali non esitano a sottolineare come le divisioni si siano ricomposte solo alla caduta del gabinetto Prodi e con il successo elettorale a portata di mano. I suoi alleati, descritti come mai pienamente fedeli, si sono ricompattati solo in queste settimane attorno alla sua figura, mettendo da parte le polemiche che avevano animato lo scorso autunno quando era fallita la spallata al governo. Sono i cambiamenti di posizione di Gianfranco Fini, in particolare, a provocare le critiche del più autorevole giornale d’oltreoceano. Puntualmente vengono riportate le frasi del Presidente di Alleanza Nazionale, il quale aveva sostenuto pubblicamente la sua rottura con Berlusconi (“una questione chiusa”; “al primo posto della sua scala di valori morali ci sono i propri interessi personali”) prima di fare candidamente marcia indietro.</p>
<p>A contendere la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi ci sarà in primo luogo, anche secondo l’opinione del New York Times, Walter Veltroni, al quale vengono attribuiti alcuni punti di forza che potrebbero cambiare l’esito della consultazione, come la popolarità conquistata nella posizione di sindaco di Roma, la sua abilità di comunicatore e il fatto di avere quasi 20 anni di meno rispetto al suo avversario politico. Ma il pericolo maggiore, se esiste, sulla strada verso un nuovo governo Berlusconi, potrebbe venire da Berlusconi stesso e dalle sue precedenti scelte politiche, a cominciare dalla posizione che avranno i suoi enormi interessi nel prossimo futuro e da una legge elettorale approvata dalla sua stessa coalizione e che viene vista da ogni parte come portatrice di instabilità. Il pezzo del New York Times dedicato alla situazione politica italiana si chiude con le parole del disegnatore Emilio Giannelli, che fa notare come il vero problema per il nostro paese non sia tanto Berlusconi ma l’essere in presenza di un sistema bloccato che lascia ben pochi margini di scelta ai cittadini. In attesa di vedere sulla scena politica qualche faccia nuova con qualche nuova idea, nel breve periodo Giannelli dovrà accontentarsi di prendere di mira le nuove gaffes del prossimo presidente del Consiglio. Le occasioni non mancheranno di certo.</p>
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		<title>Primarie a Las Vegas, tra cuacus e bordelli</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2008 10:19:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bianca Cerri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le centinaia di signorine che lavorano nei bordelli nell’hinterland di Las Vegas, Reno e Carson City possono tirare un sospiro di sollievo. Il baraccone elettorale è ripartito e finalmente si torna al peccato, vera forza motrice dell’economia del Nevada. La vittoria del repubblicano Mitt Romney era in fondo prevedibile, visto che le lobbies del gioco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le centinaia di signorine che lavorano nei bordelli nell’hinterland di Las Vegas, Reno e Carson City possono tirare un sospiro di sollievo. Il baraccone elettorale è ripartito e finalmente si torna al peccato, vera forza motrice dell’economia del Nevada. La vittoria del repubblicano Mitt Romney era in fondo prevedibile, visto che le lobbies del gioco sono tra i principali finanziatori della sua campagna elettorale. Meno prevedibile quella di Hillary Clinton, che tirando gli ispanici e le donne dalla sua parte ha comunque sbaragliato gli avversari. L’ex- first lady ha nuovamente giocato sulla fragilità delle donne in politica, perennemente ostacolate dai colleghi maschi. Con milioni di dollari e un impressionante apparato propagandistico a disposizione, Clinton continua ogni tanto a tirare fuori i panni della donzella indifesa, vittima della prepotenza maschile. Pare che la tattica funzioni, ma forse non sarebbe stata sufficiente per vincere a Las Vegas se il destino non avesse offerto alla candidata democratica la possibilità di giocarsi un’altra carta sfruttando la coincidenza del voto con il decimo anniversario dell’affare Lewisnky.</p>
<p>Hillary Clinton, che non aveva mai accettato di parlare delle frustrazioni vissute a causa degli innumerevoli tradimenti del marito, ha deciso di farlo a poche ore dall’inizio dei caucus di Las Vegas in un’intervista concessa alla Fox, durante la quale ha persino difeso il marito che avrebbe continuato ad amarla nonostante tutto. Per non penalizzare troppo la propria immagine di candidata alla presidenza, Clinton ha cercato insomma di sfruttare l’affare Lewinsky quel tanto che le bastava per ramazzare su un numero di voti sufficienti per scongiurare una vittoria degli avversari commuovendo il pubblico. Barack Obama, che in Nevada veniva dato per favorito, ha dovuto accontentarsi del secondo posto.</p>
<p>Per John Edwards, le speranze di andare alla Casa Bianca sembrerebbero invece addirittura svanite del tutto. Con il 4% dei voti, l’ex-senatore della Carolina del Nord non potrà, obiettivamente, guardare molto lontano. Del resto, ci si erano messi in tanti a far fuori John Edwards, ad iniziare da Tom Donahue, presidente della Camera di Commercio, che l’otto gennaio scorso aveva avvertito dalla prima pagina del <em>Los Angeles Times</em> che non voleva più sentirlo parlare a favore dei derelitti o lo avrebbe schiacciato. Donahue è un uomo potente, al quale non piace essere sfidato e già quattro anni fa, quando Edwars fu scelto come probabile vice-presidente da John Kerry, aveva tentato di minargli il terreno.</p>
<p>Nel febbraio del 2007, John Edwards era finito nel mirino della Lega Cattolica per aver affidato il proprio blog elettorale a due collaboratrici sgradite alla Lega per le loro posizioni. L’otto febbraio 2007, il candidato democratico aveva risposto personalmente al presidente della Lega Cattolica che chiedeva l’allontanamento immediato delle due donne che non avrebbe permesso altre ingerenze nell’ambito della sua campagna né tollerato forme di linguaggio discriminatorie nei confronti dei suoi collaboratori.</p>
<p>Dopo la presa di posizione di Edwards, la Lega Cattolica non aveva più smesso di perseguitarlo. E’ probabile che dietro al tentativo di estromettere Edwards dalla corsa con una serie di articoli su una sua presunta relazione extra-coniugale apparsi sul <em>National Enquirer</em> in autunno ci sia la stessa mano. Edwards fu fotografato con un bambino tra le braccia che, secondo gli autori dell’inchiesta, sarebbe stato un figlio segreto nato dall’unione con la regista Rielle Hunter, già collaboratrice del senatore in passato. Sarà una coincidenza, ma tra gli azionisti del <em>National Enquirer</em> figura il nome di Roger Altman, amico fraterno dei Clinton oltre che consulente finanziaro della Casa Bianca negli anni in cui Bill era presidente.</p>
<p>Inutile dire che le compagnie assicurative, altra lobby potentissima negli Stati Uniti, si sono unite volentieri al boicottaggio nei confronti di Edwards, che da avvocato riuscì a far ottenere risarcimenti miliardari a molte vittime della negligenza dei medici. Infine, quando Edwards ha giurato che non ci sarebbero state più Guantanamo nel futuro degli americani sotto la sua presidenza e promesso che avrebbe picchettato le fabbriche assieme ai lavoratori per impedire che venissero licenziati, si è automaticamente tirato addosso un vero e proprio diluvio di fango. La notte prima del voto in Nevada, gli oppositori di Edwards sono andati di casa in casa per scoraggiare i suoi simpatizzanti dal votare per lui.</p>
<p>Krystal Hernandez, una signora che si apprestava a parlare agli elettori ancora indecisi, è stata praticamente estromessa dal caucus. “Quando ho cercato di parlare in favore di Edwards, i sostenitori di Obama hanno iniziato ad urlare per coprire il suono delle mie parole. La sera prima, avevo ricevuto la visita di quelli di Clinton che avevano tentato di farmi credere che Edwards stesse per ritirarsi e che avrei dovuto sostenere Hillary….infine, io e mio marito siamo stati costretti ad abbondare i nostri posti per spostarci nel settore di Obama. Una vergogna….Vorrei che il mondo sapesse che comunque vadano le cose Edwards ha tentato di alzare il velo sulla povertà in America, sulla giustizia sociale e sulle condizioni carcerarie. Ha preso le parti dei lavoratori e giurato battaglie contro chi li sfrutta…. A pensarci bene, come poteva fare il presidente degli Stati Uniti? ”, ha detto Hernandez. Già, come?</p>
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